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9 giugno 2009
Un campanellino d'allarme

 

Chi ha buona memoria ricorderà sicuramente i dibattiti successivi alle varie competizioni elettorali regolate dal proporzionale puro che si tenevano ai tempi della Prima Repubblica. In quell'Italia quasi tutti vincevano e pochissimi ammettevano sconfitte, anche perchè i partiti erano più identitari di quelli attuali, ognuno aveva il proprio zoccolo duro di elettori che ben difficilmente si spostava in altri lidi e poi, con il sistema elettorale proporzionale senza alcun tipo di alternanza, un eventuale segno “meno” non era così visibile come oggi e non comportava necessariamente dei grandi stravolgimenti. Con l'avvento del bipolarismo le cose sono cambiate e se c'è una coalizione che vince, vi sono anche degli sconfitti che non possono negare la propria debacle. L'unico livello dove si può ancora rimescolare le carte per non riconoscere o almeno minimizzare un flop elettorale, è quello delle elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo che non eleggono maggioranze per governare l'Italia o per amministrare un Ente locale e vengono svolte con il proporzionale. Certo, abbiamo votato per la prima volta con uno sbarramento del 4% e infatti, non ha potuto fare altro che ritenersi sconfitto chi non è riuscito a raggiungere o superare tale soglia al fine di ottenere una rappresentanza anche minima a Strasburgo. Mentre tutti gli altri hanno cantato vittoria, anche se per alcuni sono giunti dei segnali magari non straordinariamente inquietanti, ma che comunque dovrebbero imporre una riflessione.


 

Le elezioni Amministrative sono andate molto bene per il centrodestra nel suo complesso, confermando un forte radicamento al Nord di PdL e Lega, ma fornendo risultati lusinghieri anche al Sud e in particolare nella Campania ormai debassolinizzata. A livello locale il PD ha ben pochi motivi per ritenersi sollevato, avendo tenuto solo in quelle tradizionali roccaforti rosse come l'Emilia e la Toscana. Però il dato europeo dovrebbe essere analizzato più seriamente dai vertici del Popolo della Libertà. Probabilmente se Silvio Berlusconi non avesse dichiarato più volte di essere sicuro di raggiungere o di andare anche oltre al 40% dei voti, quel 35% ottenuto realmente dal PdL non avrebbe fatto parlare di mancato sfondamento. In ogni caso, la percentuale guadagnata alle europee dal partito del Premier, rivela un calo di due punti dalle politiche dello scorso anno. Anche se per Ignazio La Russa va tutto bene, quei due punti in meno sono stati generati da qualcosa. Più che il gossip sul caso Noemi, a nostro avviso hanno provocato il calo del PdL, anzitutto la sensazione, presente in alcuni ambienti fra i quali la Confindustria, che il Governo faccia troppo poco sul versante delle riforme soprattutto economiche e poi, la scarsa connotazione identitaria di questo nuovo partito ancora incentrato sulla figura del Presidente del Consiglio che porta fatalmente diversi elettori del centrodestra verso la Lega. Il carisma di Silvio ha sempre giocato a favore della CdL prima e del PdL dopo, ma non ci si può nemmeno affidare ad esso per l'eternità. Inoltre pare che gli italiani, premiando Lega, IdV e UDC, abbiano fatto capire di volere un bipolarismo snello e semplificato che però non si tramuti almeno in tempi brevi in un bipartitismo secco. La Lega Nord e Di Pietro, con il loro populismo, conquistano voti per questo, ma anche per altri motivi come l'assenza di una forza identitaria di destra che giova senz'altro a Bossi e la scomparsa della sinistra più radicale ed antiberlusconiana che ha lasciato uno spazio non piccolo da coltivare al contadino di Montenero di Bisaccia. Ma l'UDC che resiste e bene, approfitta dello scetticismo non verso una prospettiva bipartitica in sé, ma nei confronti di una contrapposizione urlata fra due partitoni contraddittori ed incapaci di modernizzare il Paese. Non è un caso che oggi Berlusconi abbia fatto un bel passo indietro circa il referendum promosso da Segni e Guzzetta.

 

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