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21 novembre 2014
Walter for President
 

I ragionamenti di Vittorio Feltri non sono sempre condivisibili, ma giorni fa il noto giornalista ha scritto con molta lucidità su Il Giornale un pezzo dedicato al dopo-Napolitano che sembra essere più vicino di quanto si pensasse. Un articolo che merita qualche considerazione. Molti e non solo Feltri, hanno iniziato a discutere sul possibile successore di Giorgio Napolitano al Quirinale perché naturalmente stimolati dalle voci in circolazione, né confermate, né smentite, secondo le quali il Capo dello Stato lascerebbe alla fine dell’anno. Il Presidente ha tutto il diritto di pretendere un po’ di riposo dopo una lunghissima carriera politica. Tornando a Feltri, il già varie volte Direttore ha sostanzialmente affermato di preferire fra i papabili spuntati finora e spinti dall’uno e dall’altro, Walter Veltroni. La posizione di Vittorio Feltri in poche parole è questa: visto che non c’è speranza di piazzare un liberale, un moderato, un esponente di centrodestra al Quirinale, perlomeno scegliamo il male minore della sinistra, anche se è un po’ paraculo. Feltri non ha scritto affatto un’eresia e gli si può dar ragione. In effetti, nell’era dell’antipolitica e del renzismo, un signore come Giuliano Amato appare preistorico, anche se garantirebbe quella terzietà necessaria per un Presidente della Repubblica, essendo in buoni rapporti anche con ciò che rimane del centrodestra. Gli italiani poi non dimenticano che l’apparentemente mite Prof. Amato è stato in passato un tassatore seriale. Passando ad altri papabili, Roberta Pinotti non è molto nota in Italia e nel mondo. Infine, lasciamo perdere le prospettive catastrofiche tipo Romano Prodi o altri personaggi sponsorizzati dai grillini. Pertanto, quella di Walter Veltroni è una figura che supera le altre e non spaventa nessuno, nemmeno i moderati distanti dal PD. Veltroni è conosciuto per un certo buonismo che, a differenza del suo antagonista storico Massimo D’Alema, gli ha sempre permesso di andare d’accordo un po’ con tutti, anche con Berlusconi o perlomeno di agire senza odio. Certo, per dirla alla Feltri, siccome è un po’ paraculo, il suo buonismo non è mai stato dettato dall’amore sincero verso il prossimo, ma più che altro dalla volontà di stare a galla in ogni situazione. L’ex-Segretario del PD, per quanto parzialmente rottamato anch’egli, è uno dei pochi della vecchia guardia che sono riusciti ad adattarsi persino al renzismo. Veltroni non si è mai urtato con Renzi e almeno pubblicamente non esprime rancore come D’Alema verso questo giovanotto un po’ troppo sicuro di sé. Stiamo parlando dell’ideologo del “ma anche”, tuttavia la sua presenza al Quirinale manterrebbe una sufficiente stabilità ed offrirebbe garanzie non solo ad una parte politica. Visto che Berlusconi e Renzi fanno il possibile per andare d’amore e d’accordo e che il Patto del Nazareno sembra estensibile anche in merito alla partita sul dopo-Napolitano, il Cavaliere e il Rottamatore potrebbero trovarsi in sintonia in due minuti sul nome di Veltroni. Il primo si sentirebbe rassicurato da un Capo dello Stato che ha avversato il berlusconismo senza odiarlo, mentre il secondo, spinto com’è da una retorica nuovista, potrebbe spiegare meglio la scelta di un Veltroni rispetto a quella di un Prodi o di un Amato. Nemmeno Walter è un pivello, ma senza dubbio è già meno decrepito di altri. Non è facile credere alla balla del Veltroni non comunista o addirittura anticomunista durante gli anni del PCI, ma è vero che il nostro in tempi più recenti si è rivelato meno ideologizzato di altri orfani del comunismo e ha preferito guardare agli Stati Uniti, sia pure nella loro versione liberal, piuttosto che ai nemici dell’impero a stelle e strisce sopravvissuti alla guerra fredda.

16 luglio 2014
Forza Gay
 

Recentemente Silvio Berlusconi ha aperto alle unioni gay, mentre la sua compagna Francesca Pascale e Vittorio Feltri si sono addirittura iscritti all'Arcigay. Ognuno è libero di cambiare idea quando vuole e di scegliere le battaglie politiche che preferisce, ma fra tutti i problemi italiani, la questione dei diritti dei gay non sembra proprio urgente e non dovrebbe essere prioritaria per un partito di centrodestra. Poi, per essere pignoli, un partito come Forza Italia che ha sempre preso molti voti cattolici, dicendo di difendere determinati valori e l'importanza della famiglia tradizionale, farebbe bene a precisare di essere sì disposto a ragionare sull'opportunità di varare alcune norme utili per persone dello stesso sesso che convivono e si amano, tuttavia senza negoziare mai il concetto della famiglia composta da un uomo e da una donna. Tutto ciò per non disorientare ancor più un elettorato di centrodestra già piuttosto deluso e disperso. Ma oltre al merito, vogliamo soffermarci un attimo anche sul metodo. Da sempre Forza Italia e così è successo anche durante la parentesi del PdL, si basa sugli alti e bassi di Silvio Berlusconi che decide da solo o con pochi intimi e il resto della truppa si deve uniformare. L'apertura alle unioni gay non sfugge certo alla tradizione. Anzi, forse questa svolta è stata spinta più dalla compagna di Silvio che da Silvio stesso, occupato su altri fronti. Francesca Pascale pare sensibile alle istanze del mondo gay e Forza Italia tutta è costretta ad abbozzare solo perché non si può dire di no alla fidanzata del Capo. FI, già pesantemente condizionata, ora deve pure sottostare ai desideri della Signorina Pascale, la quale senza dubbio ha più potere di coloro i quali, nonostante tutto, si impegnano sul territorio e portano voti. Non a caso Forza Italia è piena di gente scontenta e frustrata. I cosiddetti "traditori" come Fini o Alfano sono ormai lontani, ma, chissà come mai, determinati malumori continuano a serpeggiare fra gli azzurri. Non tutte le lamentele sono condivisibili. Per esempio, circa le riforme da portare avanti con Renzi, forse Berlusconi ha ragione e Minzolini e i suoi amici torto, perché è consigliabile appoggiare quei cambiamenti caldeggiati dal Premier, per quanto essi siano poco rivoluzionari e ancora insufficienti, piuttosto che mantenere lo status-quo. In ogni caso, l'Italia peggio di così non può andare. Però il malessere diffuso all'interno di FI suggerisce di superare cesarismi e cerchi magici vari se si vuole avere un futuro, a maggior ragione in questi tempi nei quali il berlusconismo non è più fresco e vincente. Speriamo di non dover assistere ad un'ulteriore svolta, magari ordinata da Dudù.

24 gennaio 2012
Un po' poco
 

Giunse così il giorno delle liberalizzazioni di Mario Monti. Chi le aspettava, pur senza sognare una rivoluzione, rimase freddino e deluso, mentre chi le bocciava ancor prima di conoscerle nei dettagli, continuò a protestare e magari anche a scioperare. Questo è un po’ il succo della storia di questi ultimi giorni. Coloro i quali desiderano invano da anni un’Italia più liberale, compreso chi scrive su questo blog, non confidavano in una liberalizzazione a 360°, poiché consapevoli dei limiti di questo Paese, ma volevano veder arrivare quantomeno dei buoni provvedimenti in alcuni settori che potessero rappresentare l’inizio di un approccio migliore e diverso dai pasticci combinati dalla politica, eppure i liberali non si sono potuti permettere nemmeno questa soddisfazione. Poche cose, messe a punto senza particolare coraggio e con il timore costante di non offendere troppo le mille corporazioni e chi urla di più. Non sono mancate quindi le retromarce circa diversi annunci che invece facevano ben sperare. Il modo di operare del Governo Monti non si discosta poi molto da quello degli esecutivi politici, guidati sia da Berlusconi che dall’allegra brigata di centrosinistra. Qualche aspetto positivo c’è, nelle liberalizzazioni montiane, però non basta! Ricordiamoci sempre che qui non siamo negli USA o in Gran Bretagna, ma in un’Italia che ha avuto la sinistra democristiana, le Partecipazioni Statali e poi i Governi inconcludenti della Seconda Repubblica, pertanto servono cambiamenti incisivi, seppur graduali ed applicati di volta in volta a questa o quella categoria. Non si poteva fare tutto e subito come dice Vittorio Feltri, ma perlomeno si sarebbe dovuto far bene in quei campi presi in esame.

 

Dobbiamo accogliere la giusta separazione fra Snam rete gas e Eni che innoverà, aprendola alla concorrenza e al mercato, la gestione degli impianti di distribuzione del gas. In questo caso il consumatore avvertirà dei miglioramenti in termini di qualità e prezzo. Vi sono poi altre modifiche che dovrebbero andare nella direzione di una maggiore flessibilità liberale per quanto concerne i benzinai, i mutui presso le banche e l’apertura di nuove imprese da parte dei giovani. I benzinai potranno rifornirsi da qualsiasi produttore o rivenditore, superando l’attuale sistema di esclusiva. Se viene richiesta un’assicurazione per l’erogazione del mutuo le banche saranno tenute a sottoporre al cliente almeno due preventivi di due differenti compagnie assicuratrici. Infine i giovani sotto i 35 anni di età che vorranno avviare un’attività imprenditoriale, potranno aprire una Srl semplificata con solo un euro da versare come capitale e senza l’obbligo di ricorrere al notaio. Non male l’idea della Srl semplice per gli under 35, ma chi governa non può dimenticare che per stimolare una nuova imprenditorialità occorra anche e soprattutto diminuire la pressione fiscale. Per il resto purtroppo, tante occasioni perse. Qualche ritocco per professionisti e notai, ma gli Ordini rimangono lì dove sono. Aumenterà il numero delle farmacie a scapito ancora delle parafarmacie e questa può essere tutto tranne che una liberalizzazione. I Professori hanno fatto completo dietrofront circa la libera vendita dei farmaci di fascia C. Anche per quanto riguarda i taxi non è stato liberalizzato un bel nulla, sebbene molti tassisti rimangano arrabbiati come belve. E’ stata inventata un’Autorità delle reti alla quale spetterà il compito di determinare con l’accordo dei Sindaci il numero delle licenze città per città. Senza dubbio in un Paese già sufficientemente dirigista come il nostro, di tutto c’era bisogno fuorché di una nuova Authority. Ora il Governo promette riforme nel mondo del lavoro. Benissimo, però che la montagna non partorisca un nuovo topolino dopo le cosiddette liberalizzazioni, altrimenti ci rimarranno solo le tasse, le accise inique sui carburanti e i conseguenti scioperi dei Tir che proprio in queste ore stanno bloccando l’Italia.  

13 gennaio 2012
Avanti col decreto
 

Più passa il tempo ed attraversiamo quindi stagioni politiche diverse, più ci accorgiamo di quanto sia complicato apportare dei cambiamenti positivi in questo Paese. Benito Mussolini non aveva sempre ragione, ma con l’affermazione secondo la quale governare gli italiani non è difficile, bensì è inutile, diceva una cosa sensata. Non che tutti gli italiani siano delle teste dure, dei buzzurri che meritano soltanto dei calci nel sedere e non una buona politica, però è evidente come pessime classi dirigenti, politiche e sindacali, assieme a varie corporazioni, abbiano sempre e solo pensato ai propri interessi di bottega, limitando le potenzialità dello Stivale ed abituando molti cittadini all’immobilismo. Infatti quando raramente qualcuno prova anche solo a proporre qualche modifica, pur blanda, allo status-quo, esce subito questa o quella associazione di categoria a minacciare sfracelli, sempre, è ovvio, in difesa dei già occupati o garantiti e a scapito dell’ingresso nel sistema di nuove energie e degli interessi dei consumatori. Tutto ciò sta capitando adesso, di fronte alle possibili liberalizzazioni del Governo Monti. Finora i tecnici hanno più deluso che incoraggiato il Paese, agendo come politici di bassa lega, ovvero spremendo a suon di nuove tasse i soliti noti. Si sperava che la Manovra contenesse sia sacrifici che benefici per l’economia e così non è stato. La cosiddetta fase due delle riforme è stata sganciata dai primi provvedimenti e rimandata. Però, stando almeno alle parole di Monti, questi dovrebbero essere i giorni clou dell’azione riformatrice dei Professori. Ecco, proprio ora che il Governo pare intenzionato a fare qualcosa di più interessante rispetto al solito inasprimento fiscale e quindi bisognerebbe semmai pungolarlo in modo costruttivo affinché faccia presto e bene, alcune categorie, i tassisti per primi, parlano di inferni e pure di morti che potrebbero scappare, peraltro quando il contenuto del decreto sulle liberalizzazioni è ancora sconosciuto. Categorie appoggiate da una parte della politica. Il PdL, alla faccia di quella rivoluzione liberale sempre promessa e mai realizzata, dimostra di essere il partito delle corporazioni e del socialismo. La Libertà, con la L maiuscola, è andata a farsi benedire. Sulle tasse montiane i berlusconiani si sono ben guardati dall'avanzare delle osservazioni, mentre sulle liberalizzazioni è tutto un fiorire di distinguo. Anche Vittorio Feltri solidarizza con le auto bianche che provano a bloccare l’Italia e a spaventare il Governo. Nel 2007 riuscirono ad intimorire Bersani, sostenuti anche allora dai settori socialisteggianti del centrodestra. Il ragionamento di Feltri e di parecchi pidiellini è questo: le liberalizzazioni o si fanno a 360°, colpendo tutti, oppure è meglio mantenere lo status-quo e poi, non è giusto prendersela con categorie deboli e non sindacalizzate come appunto i tassisti, i farmacisti, gli edicolanti e i notai. In questo modo non si aiuta la crescita economica, dicono dalle parti di Berlusconi.

 

Intanto, in un Paese dove normalmente non si riesce a liberalizzare e a sbloccare alcunché, se qualcuno inizia a fare certe liberalizzazioni qua e là, possiamo già esserne lieti e sentirci autorizzati ad esternare un lieve ottimismo su un’eventuale modernizzazione anche di questa vecchia e stanca Italia. Da una parte o dall’altra occorrerà pur iniziare o no? Tutto e subito, è auspicabile, ma impensabile nel Belpaese. Poi, passi per gli edicolanti che in effetti non hanno una grande forza, però per definire deboli i tassisti, i farmacisti e i notai, ci vuole un bel coraggio. Vero, sul piano dei guadagni i conducenti delle auto di piazza non possono essere confusi con le altre categorie prese di mira, ma proprio impotenti non sembrano, visti i massicci blocchi che sono in grado di organizzare nelle città italiane, i quali, come abbiamo detto, già fecero indietreggiare il povero Pierluigi Bersani nel 2007. Altresì farmacisti e notai forse guadagnano un po’ di più di un manovale. Vi è un’opposizione pregiudiziale e provinciale ad eventuali misure che senz’altro non risolverebbero da sole tutte le magagne italiane, però potrebbero quantomeno generare più occupazione ed abbassare i prezzi per i consumatori. La concorrenza, quella vera, produce automaticamente prezzi ragionevoli e servizi di qualità. Certo, in Italia siamo furbetti e riusciamo ad inquinare la libera competizione nel mercato anche laddove giungono le privatizzazioni, ma dove esiste una cultura liberale più radicata, le ventate di flessibilità hanno quasi sempre portato dei vantaggi al consumatore. Proprio i nostri tassisti paventano ogni giorno l’arrivo, a Milano o a Roma, di uno scenario newyorchese. Cosa ci sarà mai di così terribile nella Grande Mela? Vi sono taxi, molti taxi, reperibili ad ogni ora e in qualsiasi angolo della metropoli. Offrono un servizio ottimo e a prezzi contenuti, comunque assai più economici delle tariffe romane o milanesi. Il conducente è spesso gentile ed effettua il trasporto nel minor tempo possibile, percorrendo le strade meno trafficate e senza infilarsi apposta dove c’è più caos per allungare i minuti della corsa, come invece accade a volte in Italia. Il lavoro del tassista a New York rappresenta uno sbocco occupazionale per molti, sia americani che immigrati stranieri. E’ chiaro, i taxi newyorchesi sono sempre in movimento alla ricerca di clienti e quasi mai stazionano in posti assegnati, magari con il conducente sopra che aspetta e nel frattempo legge il giornale. Sarà forse questo che spaventa tanto i tassinari nostrani. Il Governo Monti proceda in fretta con il decreto sulle liberalizzazioni che dovranno riguardare anche i tassisti, ma ovviamente non solo loro. Non tema le serrate delle auto bianche e pensi piuttosto all’interesse primario di tutti e cioè alla modernizzazione di un Paese che è tristemente ultimo nelle classifiche internazionali della libertà economica. I tassisti che pretendono di bloccare un’intera Nazione, non protesteranno in eterno e torneranno prima o poi al loro lavoro. Fra l’altro, è legittimo protestare, però c’è un limite a tutto e certi eccessi possono essere sanzionati. Gli utenti potrebbero, altrettanto legittimamente, organizzare una contro-serrata, usando mezzi pubblici diversi dal taxi ed in effetti pare che qualcosa stia nascendo tramite un passaparola su Twitter. Mario Monti deve andare avanti con le liberalizzazioni e determinati cambiamenti strutturali, altrimenti non avrebbe senso la permanenza dei tecnici a Palazzo Chigi.

30 dicembre 2010
I professionisti del fango

Libero e Il Giornale fanno da molto tempo la gara a chi, fra i due quotidiani, è il più berlusconiano e il più aggressivo verso chiunque si permetta di non essere in linea con il grande Capo Silvio. Invece di portare avanti un sano giornalismo sì di centrodestra, ma anticonformista e politicamente scorretto, Libero e Il Giornale sono diventati come la Pravda di sovietica memoria. D'ora in poi Vittorio Feltri e Maurizio Belpietro saranno insieme nella conduzione di Libero e tale quotidiano non potrà che divenire ancor più una voce a senso unico del berlusconismo e pure del leghismo, almeno fino a quando Bossi rimarrà fedele alleato di Silvio. In ogni caso, neppure Il Giornale cambierà molto da com'è oggi, visto che sarà diretto da Sallusti e poi trattasi di giornale di famiglia.

Dopo aver trascorso tutta l'estate a parlare della casa di Montecarlo per infangare il ribelle Gianfranco Fini, oggi la premiata ditta Feltri-Belpietro torna a bombardare il Presidente della Camera con nuovi schizzi di fango. Per quanto riguarda il finto attentato a Fini che si vorrebbe organizzare per addossarne la colpa a Berlusconi, solo Maurizio Belpietro si è esposto tramite un proprio editoriale, ma è ben difficile che il proprietario di Libero Vittorio Feltri sia in disaccordo con la sparata del Direttore Responsabile. Solo di sparata si tratta, perché Belpietro avrebbe saputo di questo complottone da non si sa bene chi. Certo, una persona con tutti i venerdì apposto, ma è troppo facile cavarsela così. E' evidente solo l'intenzione di gettare nuove ombre su Fini, considerato poi che, già che c'era, la coppia Feltri-Belpietro ha pensato bene di aggiungere anche una bella escort che avrebbe fatto sesso con il Presidente della Camera. Si possono muovere tutte le critiche politiche possibili ed immaginabili a Gianfranco Fini, soprattutto per come è stata gestita la linea di FLI negli ultimi giorni prima del voto di fiducia del 14 dicembre scorso, ma nessuna persona sana di mente può pensare che il leader di Futuro e Libertà sia addirittura disposto a farsi ferire pur di danneggiare l'odiato Silvio. E uno come Belpietro che ha la responsabilità non banale di dirigere un quotidiano e il dovere di fare informazione, dovrebbe riflettere bene prima di pubblicare certe scemate. Evidentemente una benché minima deontologia professionale non conta più e si preferisce l'uso indiscriminato del fango a qualsiasi esigenza di verità. Non importa a nessuno se poi il confronto e lo scontro politico in questo Paese scendono a livelli infimi. Proprio Il Giornale e Libero si sono sempre lamentati, anche con qualche ragione, per le campagne diffamatorie e strumentali create ad arte contro Silvio Berlusconi, ma il metodo Boffo e successivamente il metodo Fini hanno dimostrato e dimostrano che se in questo Paese da anni c'è un clima infame per niente degno di una democrazia occidentale, la colpa non è solo dei comunisti, di Repubblica o dei magistrati, ma anche di molti berlusconiani e forse dello stesso Berlusconi. Auguri di Buon Anno a tutti!

18 ottobre 2010
Opzione Tremonti
 

Riapriamo i battenti e commentiamo l'editoriale di Vittorio Feltri comparso ieri su Il Giornale. Per riprendere a scrivere con entusiasmo dopo un periodo di vacanza, forse dovremmo dedicarci ad argomenti più interessanti rispetto a quanto viene pubblicato sul quotidiano di famiglia, ma cerchiamo di accontentarci. Se in Italia alcuni sono turbati da una sorta di ossessione negativa per la figura di Silvio Berlusconi, altri non riescono più ad essere sereni come un tempo a causa di un Gianfranco Fini ormai distinto dal berlusconismo senza se e senza ma. Sicuramente Vittorio Feltri fa parte di questi ultimi ed ora, non sapendo più cosa aggiungere al presunto scandalo di Montecarlo, inizia a parlare di trame segrete del traditore Fini. In base a quanto scritto ieri dal Direttore de Il Giornale il Presidente della Camera avrebbe un sogno, ovvero far mancare il sostegno di FLI fra qualche tempo e magari su un tema riguardante la Giustizia, provocando inevitabilmente la crisi di Governo. Secondo il cosiddetto sogno finiano il Capo dello Stato, prima di sciogliere le Camere, dovrebbe affidare un mandato esplorativo ad una personalità autorevole del centrodestra, cioè della coalizione che ha vinto le ultime Politiche. Fini vorrebbe, così dice Feltri, che quella personalità fosse Giulio Tremonti. In tal modo l'attuale maggioranza rimarrebbe più o meno la stessa, non si potrebbe parlare di ribaltoni o schiaffi alla volontà popolare, Futuro e Libertà avrebbe il tempo necessario per radicarsi come partito nel Paese e l'ingombrante Cavaliere sarebbe messo da parte, probabilmente per sempre. E' una trama suggestiva, ma c'è un limite a tutto, anche alla fantasia di Feltri. Visto che tuttora viviamo in una Repubblica parlamentare che mai nessuno si è sforzato di modificare, nemmeno Berlusconi che pure, a parole, detesta certi riti, ovviamente Napolitano avrebbe tutto il diritto, di fronte all'eventuale caduta di questo Governo, di affidare un incarico esplorativo a Tremonti o a qualche altro esponente importante del centrodestra, così come potrebbe anche agevolare la formazione di un esecutivo tecnico e temporaneo, ma è difficile pensare che Fini sia disposto a ricorrere persino a Giulio Tremonti pur di sbarazzarsi di Berlusconi. Capiamo che Feltri voglia a tutti i costi dipingere Fini come un essere diabolico e spregiudicato, ma bisogna perlomeno usare delle trame che stiano in piedi. I rapporti fra il Presidente della Camera e il Ministro dell'Economia non sono mai stati buoni e le vicende avvenute durante il Governo Berlusconi 2001-2006 fanno ormai parte della Storia politica di questo Paese. Inoltre Giulio Tremonti rappresenta proprio quella deriva del berlusconismo che ha piano piano allontanato Fini dal Premier e ha fatto sorgere una schiera di delusi i quali oggi, non a caso, guardano con attenzione a Futuro e Libertà. Tremonti è l'uomo che ha affossato definitivamente il riformismo liberale del primo berlusconismo, il burocrate che pensa giustamente al rigore dei conti pubblici, ma non si cura della crescita economica e del bisogno di libertà delle imprese soffocate dal fisco, la cerniera che ha reso potente la Lega Nord mettendo a rischio l'unità nazionale. Già oggi Tremonti gode di un potere non indifferente ed affidargli addirittura la Presidenza del Consiglio significherebbe passare dalla padella alla brace.

16 agosto 2010
Silvio rifletta
 

In questa estate 2010 la politica italiana non riesce proprio ad andare in vacanza, a staccare definitivamente la spina per un po' e in effetti ciò non deve stupire, visto e considerato quanto sta succedendo all'interno della maggioranza di Governo. A creare ulteriore dibattito hanno contribuito gli interventi durante la settimana scorsa del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e della fondazione Italia Futura che fa riferimento a Luca Cordero di Montezemolo.


Partiamo dalle parole del Capo dello Stato. Napolitano è stato molto chiaro su due cose: le elezioni anticipate e gli attacchi di Libero e de Il Giornale al Presidente della Camera Gianfranco Fini. Circa il ricorso alle urne che viene sventolato per impaurire i finiani ed altri, un giorno dal Premier, un altro giorno da Bossi e sempre da tutti i berlusconiani più invasati, il Presidente ha fatto capire che andare a votare ora sarebbe un disastro per il Paese in generale e che l'ipotesi di elezioni anticipate non può essere usata come una minaccia e per soddisfare la voglia di resa dei conti di qualcuno peraltro non titolato a decidere sullo scioglimento o meno delle Camere. Napolitano ha rappresentato il sentimento di quegli italiani che si aspettano che questo Governo si ricomponga grazie al senso di responsabilità di un Premier il quale, se vuole dimostrare di essere un leader occidentale e non un capopopolo che vuole solo pretoriani attorno a sé e punisce i cosiddetti traditori, dovrebbe lavorare per superare i dissidi con un nuovo inizio. Quegli italiani che in ogni caso non hanno alcuna intenzione di tornare a votare dopo soli due anni e di assistere ad un Paese che rimarrebbe in sospeso per qualche mese in un clima economico-sociale, europeo ed internazionale, non ancora sereno. Il riferimento poi alla campagna diffamatoria nei confronti di Fini, inaugurata da Feltri e Belpietro, è stato quantomai opportuno. I garantisti solo con Silvio, non stanno facendo del buon giornalismo d'assalto, ma portano avanti un qualcosa ingigantito ad arte per conto di qualcuno, al fine di tentare di demolire l'immagine di colui che si è permesso di contraddire il Capo. La natura strumentale è più che evidente e che si parli di “Trattamento Boffo” oppure di olio di ricino, cambia poco. Sono giunti a pedinare Fini e la sua compagna Elisabetta Tulliani in ogni loro spostamento ed hanno scavato nella vita privata della terza carica dello Stato, anche per ridicolizzare la coppia. Lui accecato dall'amore e completamente influenzato dalla sua dolce ed avvenente metà, lei una donnetta arrivista. Ora sappiamo che tipo di mobili preferiscono Gianfranco ed Elisabetta, dove vanno ad acquistarli e con quale auto. Questi comportamenti che massacrano la deontologia professionale del giornalismo provocano senza dubbio amarezza, ma per diversi aspetti Fini può sorridere perchè anzitutto tale accanimento rende poco credibili soprattutto i due quotidiani berlusconiani che ormai sono fogli militanti che non danno più quasi nessuna notizia seria, essendo occupati perlopiù a parlare del Presidente della Camera. Scrivono solo circa Fini e la cosiddetta casa di Montecarlo, fra l'altro esibendo prove e testimonianze che francamente dimostrano poco. Bisogna dire che in molte occasioni Vittorio Feltri ha capito di avere esagerato ed ha avuto la dignità di scusarsi. Probabilmente accadrà la stessa cosa con Gianfranco Fini.


Anche quanto è stato pubblicato sul sito di Italia Futura, la fondazione di Montezemolo, ha fatto discutere e ciò perchè quell'intervento era pieno di verità alquanto difficili da contestare, piaccia o meno. Oltre a respingere le elezioni anticipate per gli stessi motivi che hanno portato alle esternazioni del Capo dello Stato e a sollecitare Berlusconi, Bossi e Fini ad accordarsi subito per evitare un collasso generale, Italia Futura ha parlato dell'era del Cavaliere come di una stagione improduttiva e deludente. Luca Luca potrà pure stare antipatico a taluni, ma se si guarda alla realtà dei sedici anni berlusconiani non si può non notare tante promesse roboanti e davvero pochi fatti concreti. L'Italia ha le stesse debolezze di vent'anni fa e la Costituzione è la medesima da sessant'anni. Quella Costituzione vecchia della quale Berlusconi per primo e a ragione si lamenta spesso, ma per rimanere nella Storia come grandi leader riformatori e del fare non basta lamentarsi e parlare come si fosse all'opposizione e non è sufficiente neppure addossare tutte le colpe ai cosiddetti traditori di turno, (Casini, Follini, Fini o anche il Bossi del '94). Al contrario bisogna andare avanti come carri armati, dialogando alla pari con tutti gli alleati senza privilegiare una componente a scapito dell'altra, senza il divide et impera. Occasioni di maggioranze vaste e coese per riformare l'Italia, Silvio Berlusconi ne ha avute parecchie, ma siamo ancora qui a discutere su come chiudere la transizione infinita dalla Prima Repubblica.

7 giugno 2010
Fini e il Tea Party
 

Il Giornale di Vittorio Feltri, sempre piuttosto attento alle mosse di Gianfranco Fini, giorni fa ha citato il Tea Party Italia, il nuovo movimento anti-tasse che si ispira all'omonimo soggetto americano, sostenendo in pratica che questa iniziativa politica sarebbe nata grazie ad una spinta fondamentale del Presidente della Camera. Tale interpretazione è stata poi smentita sia sul sito web di Generazione Italia che su quello del Tea Party. Sia l'associazione finiana che il Tea Party Italia hanno confermato una reciproca vicinanza, ma sottolineando comunque le differenze e i rispettivi percorsi separati. Il quotidiano di Feltri ha in effetti semplificato un po' troppo le cose. Proprio per l'ispirazione al Tea Party a stelle e strisce che non è organico al Partito Repubblicano, anche il Tea Party italiano, pur rivolgendosi ai liberali puri, ai libertari, ai liberalconservatori e quindi fatalmente più alla base del centrodestra che a quella di sinistra, punta a rappresentare una forma di protesta e di proposta soprattutto trasversale. Inoltre presso la redazione de Il Giornale ci deve essere una conoscenza delle dinamiche di internet abbastanza singolare. Sono giunti alla conclusione secondo la quale il Tea Party Italia sarebbe una creatura di Fini perchè sul sito del movimento campeggia un banner di Generazione Italia. Banner e link possono esprimere appunto una vicinanza, ma non è detto che debbano significare per forza un rapporto collaterale.


Chiarito quindi che non è stato Fini a fondare il Tea Party tricolore, registriamo con piacere che Generazione Italia dice di essere un'altra cosa, ma di sentirsi comunque vicina alla battaglia popolare per un fisco meno opprimente e per uno Stato meno costoso ed ingombrante, evitando perciò di rispolverare posizioni da vecchia destra sociale. Crediamo che tutte le cosiddette eresie di Gianfranco Fini alle quali abbiamo assistito fin qui, potranno avere un senso e un'utilità se saranno accompagnate da un grande impegno per la liberalizzazione e la modernizzazione del sistema Italia. Per incarnare una destra moderna e occidentale, capace di far convivere sotto lo stesso tetto conservatori e liberali, non è sufficiente evitare il dogmatismo circa alcuni temi etici, ma bisogna essere consapevoli delle quotidiane esigenze di libertà e benessere di chi lavora e produce.

25 gennaio 2010
Scelte difficili
 

Quando si tratta di definire le candidature soprattutto per quanto riguarda le elezioni amministrative, sempre più spesso si sfiora il dramma all'interno delle forze politiche. I candidati a Sindaco o ai vertici delle varie Province e Regioni, sovente vengono svelati solo all'ultimo momento utile e dopo litigi e spaccature non indifferenti. La crescente difficoltà ad individuare per tempo e senza troppi malumori i candidati giusti, riguarda in particolare il PD e i suoi alleati, ma non è estranea nemmeno al PdL e alla Lega. Abbiamo visto e stiamo ancora assistendo alle giornate di passione del centrosinistra pugliese che è stato costretto ad utilizzare lo strumento delle primarie dalle quali è uscito un nome, Vendola, che comunque non permetterà alla sinistra di svolgere in pace una campagna elettorale serena per le prossime Regionali. Il PdL e la Lega hanno ufficializzato i nomi di taluni candidati a Governatore forse con maggiore rapidità e senza molte tragedie, ma le candidature leghiste in Piemonte e in Veneto non riempiono di gioia una larga parte della base e del vertice del Popolo della Libertà, anche se, con l'eccezione di Galan, tutti cercano di fare buon viso a cattivo gioco.


In ogni caso, che si sia giunti a certe decisioni più o meno serenamente, vi sono situazioni che mettono in serio imbarazzo l'elettore moderato, conservatore, liberale, appartenente a quell'area magari non sempre organica al PdL, ma certamente alternativa al PD e alla sinistra in generale. Sappiamo bene che non sono in molti in questo Paese ad ispirarsi con chiarezza a quelle idee alle quali si ispira questo blog, ovvero ai principi di un conservatorismo liberale di stampo occidentale, poiché ancora nessuno è riuscito ad abituare gli italiani ad una destra normale come i repubblicani americani, i conservatori inglesi o anche come i popolari spagnoli e la CDU tedesca; tutti sostanzialmente conservatori sui valori e liberali in economia. Ma Vittorio Feltri, ad esempio, ha dato voce al disagio causato da personaggi che appaiono più di sinistra che di destra e, tanto per fare un altro esempio, diversi elettori dell'UDC hanno finora votato per il partito di Casini al fine di stimolare un'alternativa alla sinistra e a Di Pietro diversa dal berlusconismo e dal leghismo. Diciamo “finora” perchè d'ora in poi è più difficile prevedere quanti moderati voteranno ancora per il partito centrista, visto che anche Pierferdinando Casini ha compiuto alcune scelte assai discutibili in occasione delle prossime Regionali. Comunque sia, esiste una buona fetta di italiani che chiede soltanto una politica meno parolaia e più efficiente, meno burocrazia e meno tasse ai danni di chi lavora e produce. Una parte di cittadini che si ricorda ancora molto bene delle politiche di Governo fallimentari del centrosinistra, ma magari si annoia dinanzi agli scontri eterni Premier-toghe, al berlusconismo più spinto e alle sciocchezze che ogni tanto si inventano i populisti in camicia verde. Ecco, questi cittadini, tanto per parlare di situazioni imbarazzanti in merito alle Regionali, magari in Piemonte avrebbero preferito votare per un esponente del PdL come Ghigo, più rappresentativo per diverse anime del centrodestra, piuttosto che per il leghista Cota il quale, fra l'altro, rischia di favorire la rielezione della zarina Bresso. Nel Lazio chi auspica la modernizzazione dell'Italia e non è di sinistra, forse avrebbe sostenuto con maggiore entusiasmo un candidato differente rispetto ad una ex-sindacalista che inorridisce al solo sentir parlare di innovazioni e riforme nel mondo del lavoro, tanto quanto la sinistra sindacale e comunista. Potrebbe anche verificarsi il fatto che qualcuno, magari in nome di un riformismo liberale, sia portato ad apporre la propria croce sul nome di Emma Bonino, sebbene i radicali abbiano abbandonato da tempo le battaglie liberali e liberiste in economia e il loro laicismo sfrenato sia indigeribile per i cattolici in generale e per il popolo moderato non di sinistra. A volte l'astensione pare una strada obbligata.

15 gennaio 2010
La destra rossa
 

Vittorio Feltri dalle colonne de Il Giornale si impegna ormai quasi ogni giorno a colpire senza pietà Gianfranco Fini e le persone politicamente a lui più vicine, i cosiddetti finiani. L'ultimo poderoso attacco è stato rivolto alla candidata del PdL per la Regione Lazio Renata Polverini. La Polverini ha guidato fino a poco tempo fa il sindacato UGL, vicino prima alla vecchia Alleanza Nazionale ed oggi in buona parte al Presidente della Camera. Perciò la candidata alla poltrona che fu di Piero Marrazzo è considerata una finiana, sebbene tutto il PdL l'abbia difesa dal “fuoco amico” di Feltri. Come si sa, Fini riscuote da tempo parecchie antipatie in vari settori del centrodestra e non solo presso la redazione de Il Giornale. Per tanti esponenti di base e di vertice del PdL il Presidente della Camera è ormai da mesi il compagno Fini, un uomo di destra divenuto irrimediabilmente di sinistra, anche se, per dirla con sincerità, l'ultimo Segretario del MSI-DN, con le proprie posizioni politicamente corrette, pare essere diventato un uomo soprattutto noioso che dice cose ovvie e spesso inutili, aspirando al ruolo di sedicente Padre della Patria. Sulla Polverini il buon Feltri ha sparato con pallettoni da guerra, definendo la candidata un Epifani in gonnella, una che nei propri manifesti elettorali si presenta con la giacchetta rossa e si vergogna di esibire il simbolo del PdL. In effetti l'ex-leader dell'UGL, per quello che dice e anche solo a livello di immagine, sembra ancora più sinistra del compagno Fini, ma Vittorio Feltri, oltre agli attacchi ad effetto immediato, non si prodiga in analisi un po' più approfondite.


Oggi una parte di quella destra politica proveniente da AN e ancor prima dal MSI, viene giustamente criticata per alcune incomprensibili posizioni come quelle eccessivamente buoniste e politically correct sull'immigrazione o quelle laiciste e relativiste sui temi etici. L'amore per l'ordine e per i valori tradizionali della nostra civiltà, non è prerogativa soltanto di alcuni esagitati estremisti nazistoidi, ma fa parte del bagaglio ideale di molte forze conservatrici, democratiche e di Governo del mondo occidentale, a partire dagli Stati Uniti e fino ad arrivare al Vecchio Continente. Quindi è palese che Fini approdi, se non proprio a sinistra, in una terra di nessuno. Ma certi discorsi da Epifani della Polverini non devono sorprendere poi più di tanto, perchè arrivano da lontano e sono legati solo fino ad un certo punto alle svolte odierne del Presidente della Camera. Già la destra di prima, rappresentata da AN e dal Movimento Sociale, sebbene fosse amante dell'ordine e della Tradizione, aveva comportamenti sinistri in economia e pure in politica estera spesso mostrava fastidio nello schierarsi senza se e senza ma per l'Occidente, a differenza del tipico conservatorismo democratico. Ciò perchè sopravvivevano scorie del fascismo, ma anche dopo Fiuggi certi detriti statalisti e corporativisti non sono del tutto scomparsi e alla fine Renata Polverini è stata a capo dell'UGL che non è altro che la vecchia CISNAL missina con una sigla diversa. Dopo la pur sacrosanta svolta che ha dato vita ad Alleanza Nazionale, non abbiamo mai visto nessun esponente della destra italiana battersi per la liberalizzazione dell'economia, per le imprese, per il taglio della spesa pubblica e delle tasse. Lo stesso Fini, anche nell'ultima versione eretica, si è sempre ben guardato dallo spronare il Governo su temi economici e sociali. L'immobilismo dell'esecutivo su quelle riforme liberali che ormai Berlusconi ha scordato del tutto, si spiega proprio grazie al mix negativo fra gli eredi statalisti del MSI, i berluscones socialisti orfani del craxismo e i pasticcioni in camicia verde. Fra una destra rossastra, magari rosa e frou-frou, sicuramente confusa ed una berlusconian-legaiola un po' provincialotta che all'amico Feltri non dispiace, sarebbe opportuna una destra pienamente occidentale, conservatrice sui Valori e liberale in economia. Ma chi in Italia riuscirebbe a farsi interprete di un vero partito conservatore?

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