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24 ottobre 2012
Mitt può vincere
 

La serie dei duelli televisivi fra Barack Obama e lo sfidante repubblicano Mitt Romney, è terminata. A quanto pare, essa si è conclusa con un 2 a 1 per il Presidente in carica. Solo il primo dibattito è stato vinto incontestabilmente da Romney. Durante il confronto di Denver Obama si è rivelato fin troppo impacciato, ma a New York e in Florida il Presidente ha ritrovato le proprie doti oratorie. Quando serve, Barack Obama sa parlare bene e riesce ad essere convincente pure se a volte mente in maniera spudorata o distribuisce illusioni. Tuttavia la rivincita obamiana avvenuta nella Grande Mela non ha modificato la situazione presentata dagli ultimi sondaggi, ovvero: parità oppure un vantaggio sempre più solido e generale di Mitt Romney. Ora non sappiamo se il terzo ed ultimo appuntamento della Florida vada ad incidere maggiormente sui sondaggi o no, ma vi sono buone ragioni per immaginare che i principali istituti di ricerca proseguano nel delineare un testa a testa o un continuo rafforzamento del candidato del GOP. Ciò non significa certo che Romney abbia la vittoria in tasca, però si tratta di una partita dall’esito imprevedibile, nella quale entrambi i concorrenti hanno una loro forza. Nemmeno la rielezione di Obama è sicura. Da tempo gli americani tendono a riconfermare il Presidente in carica per il secondo mandato. E’ successo con Bill Clinton e George W. Bush, entrambi durati otto anni. Il repubblicano Bob Dole sfidò Clinton nel 1996, ma non ci fu partita e neppure John Kerry riuscì a far sloggiare Bush junior dalla Casa Bianca dopo i primi quattro anni di Presidenza. Invece adesso la partita c’è e se Obama dovesse essere rieletto, si tratterebbe comunque di una rielezione conquistata con fatica. Mitt Romney, il candidato grigio che sembrava poco amato addirittura dagli stessi repubblicani, sta dando del filo da torcere allo staff democratico. I sondaggi hanno iniziato a sorridere al candidato mormone soprattutto dopo la sua ottima performance di Denver. Più riesce a farsi conoscere dinanzi al grande pubblico e più gli americani tendono ad apprezzarlo e a nutrire fiducia in lui. L’economia e le prospettive future della locomotiva a stelle e strisce rivestono molta importanza in questa sfida elettorale e perciò sono in tanti a ritenere migliori e più affidabili le ricette di Romney, contrapposte alla demagogia liberalsocialista del Presidente che finora non è riuscito a ridurre in modo sufficiente la disoccupazione e non ha ristabilito adeguati standard di crescita economica.

24 ottobre 2012
Mitt può vincere
 

La serie dei duelli televisivi fra Barack Obama e lo sfidante repubblicano Mitt Romney, è terminata. A quanto pare, essa si è conclusa con un 2 a 1 per il Presidente in carica. Solo il primo dibattito è stato vinto incontestabilmente da Romney. Durante il confronto di Denver Obama si è rivelato fin troppo impacciato, ma a New York e in Florida il Presidente ha ritrovato le proprie doti oratorie. Quando serve, Barack Obama sa parlare bene e riesce ad essere convincente pure se a volte mente in maniera spudorata o distribuisce illusioni. Tuttavia la rivincita obamiana avvenuta nella Grande Mela non ha modificato la situazione presentata dagli ultimi sondaggi, ovvero: parità oppure un vantaggio sempre più solido e generale di Mitt Romney. Ora non sappiamo se il terzo ed ultimo appuntamento della Florida vada ad incidere maggiormente sui sondaggi o no, ma vi sono buone ragioni per immaginare che i principali istituti di ricerca proseguano nel delineare un testa a testa o un continuo rafforzamento del candidato del GOP. Ciò non significa certo che Romney abbia la vittoria in tasca, però si tratta di una partita dall’esito imprevedibile, nella quale entrambi i concorrenti hanno una loro forza. Nemmeno la rielezione di Obama è sicura. Da tempo gli americani tendono a riconfermare il Presidente in carica per il secondo mandato. E’ successo con Bill Clinton e George W. Bush, entrambi durati otto anni. Il repubblicano Bob Dole sfidò Clinton nel 1996, ma non ci fu partita e neppure John Kerry riuscì a far sloggiare Bush junior dalla Casa Bianca dopo i primi quattro anni di Presidenza. Invece adesso la partita c’è e se Obama dovesse essere rieletto, si tratterebbe comunque di una rielezione conquistata con fatica. Mitt Romney, il candidato grigio che sembrava poco amato addirittura dagli stessi repubblicani, sta dando del filo da torcere allo staff democratico. I sondaggi hanno iniziato a sorridere al candidato mormone soprattutto dopo la sua ottima performance di Denver. Più riesce a farsi conoscere dinanzi al grande pubblico e più gli americani tendono ad apprezzarlo e a nutrire fiducia in lui. L’economia e le prospettive future della locomotiva a stelle e strisce rivestono molta importanza in questa sfida elettorale e perciò sono in tanti a ritenere migliori e più affidabili le ricette di Romney, contrapposte alla demagogia liberalsocialista del Presidente che finora non è riuscito a ridurre in modo sufficiente la disoccupazione e non ha ristabilito adeguati standard di crescita economica.

6 luglio 2011
Il modello Cameron
 

Qualche settimana fa e per più giorni si è svolto su Libero un dibattito sul futuro del centrodestra alla luce proprio delle ultime sconfitte elettorali e dell’invecchiamento progressivo del berlusconismo. Hanno detto la loro diversi esponenti autorevoli della cultura di destra e non, ma l’intervento più interessante, almeno per chi scrive, è stato quello di Gennaro Malgieri. Interessante perché pieno di spunti pratici per attuare una nuova politica di centrodestra quasi subito e non solo caratterizzato da vaghi concetti da utilizzare chissà quando. In sostanza Malgieri propone di non ignorare quanto sta facendo e farà il Primo Ministro conservatore inglese David Cameron, un modello possibile per il centrodestra italiano in crisi. Tutto ciò che si è mosso finora nel versante destro della politica non ha mai brillato per coesione identitaria, però sino a poco tempo fa la forza della leadership berlusconiana riusciva a colmare anche le lacune più vistose. Ma oggi sembra giunto al capolinea quel carisma dell’uomo dei miracoli ed urge quindi inventare qualcosa, guardando magari a democrazie più mature della nostra. Sennò qui casca tutto e l’area moderata avrà bisogno di anni prima di potersi rialzare. Va benissimo il PPE e il richiamo a determinati valori riconoscibili, ma, nel momento in cui gli italiani non percepiscono e come dare loro torto, differenze sostanziali fra Tremonti e Visco, ci vuole dell’altro per dimostrare al ceto medio e alle partite IVA, più o meno quasi sempre fedeli a Silvio Berlusconi, che esiste una visione della società diversa da quella delle sinistre stataliste.

 

A tal proposito, ha ragione Malgieri, l’esempio di Cameron può aiutare i moderati italiani a formulare una proposta politica nuova al Paese. David Cameron non è carismatico quanto la Thatcher. Ogni tanto fa pure qualche sparata inopportuna e deve dividere il Governo del Regno Unito con i Liberaldemocratici. Le ultime elezioni hanno costretto il suo partito, i Tories, a governare in coalizione con i Libdem di Nick Clegg, ma quella britannica rimane una democrazia fortemente maggioritaria e gli inglesi la vogliono così considerato come hanno bocciato via referendum i tentativi del partito di Clegg volti a modificare la legge elettorale. Quindi Cameron è un Premier che può lavorare comunque in maniera assai più efficace rispetto ai Presidenti del Consiglio italiani ed intende far pesare le proprie posizioni e battaglie storiche. Una delle idee di David Cameron è quella relativa alla Big Society che francamente non sembra affatto malvagia. Che tipo di Big Society vuole l’inquilino di Downing Street? Una società che in modo molto semplice e però efficiente, senza quindi buona parte della solita burocrazia pubblica, riceve dallo Stato dei budget individuali da utilizzare per affrontare in autonomia tutte le spese e le scelte legate all’assistenza sanitaria, alle cure per anziani e lungodegenti, all’inserimento nelle scuole di bambini disabili o con problemi di apprendimento. Lo Stato non si pone come monopolista nel campo dei servizi sociali ed anzi, incentiva la libera concorrenza fra pubblico e privato. Non vengono affatto dimenticate le esigenze sociali dei più deboli perché giunge denaro pubblico per i cittadini i quali però, una volta ottenuto il budget, possono scegliersi in libertà il tipo di assistenza che ritengono migliore per le loro famiglie, nel settore privato e nel mondo del volontariato. E nel frattempo lo Stato può rinunciare a certe strutture elefantiache e risparmiare così dei soldi. Una via di mezzo, se vogliamo, fra il liberismo spinto della Thatcher e la concezione sociale dello Stato tipicamente europea-continentale che in alcuni Paesi da sociale è diventata socialista attraverso l’abuso della pressione fiscale, la burocrazia opprimente e l’erogazione svogliata dei servizi. E’ bene dire, nonostante le balle degli statalisti, che anche il liberismo messo in pratica dalla Lady di ferro e da Reagan negli USA, prevedeva e prevede tutele sociali per i meno abbienti, ma prendiamo per buono il fatto che con la crisi economica la quale ha picchiato duro tanto in America quanto nel Regno Unito, un certo liberismo proveniente dagli anni Ottanta sia da riscrivere in alcuni aspetti. Ebbene, se il mix pubblico-privato lanciato da Cameron può andare bene per la Gran Bretagna, a maggior ragione potrebbe funzionare alla grande in Italia. A Londra occorre temperare il liberismo, a Roma invece bisogna farla finita con uno Stato enorme, costoso e malfunzionante. In Italia siamo stati allevati, grazie a destre e sinistre inguaribilmente dirigiste, a pane e Stato ed in effetti non è possibile in questo Paese varare direttamente, senza passaggi intermedi, riforme liberiste pure, però la soluzione moderata di David Cameron potrebbe essere cavalcata da un centrodestra popolare e liberale che desidera rispondere a quella voglia di cambiamento presente, rassicurando gli italiani già piuttosto vittime di una cultura diffusa dal sapore socialista ed illiberale. Il problema è che fino a quando, in alternativa alle sinistre, vi saranno persone come Tremonti che prediligono Manovre economiche da Prima Repubblica alle riforme liberali, i consigli di Gennaro Malgieri rimarranno pressoché inascoltati.

19 aprile 2010
L'outsider populista
 

In Gran Bretagna la campagna elettorale per le prossime Politiche è molto seguita e sentita, ma non ha ancora permesso a nessuno di sbilanciarsi in pronostici più o meno attendibili. La situazione è incerta. Da mesi i sondaggi danno per favoriti i Conservatori con il loro giovane e brillante leader David Cameron, ma non mancano delle rilevazioni che certificano una rimonta laburista nonostante la scarsa popolarità dell'attuale Premier del New Labour Gordon Brown. Fra i due maggiori contendenti si inserisce Nick Clegg, alla guida dei liberaldemocratici, gli eterni terzi incomodi della politica britannica. Proprio quest'ultimo sta vivendo un momento esaltante della propria campagna elettorale perchè ha sostanzialmente battuto sia Cameron che Brown nel primo dibattito televisivo organizzato per le elezioni. Seguiranno altri due confronti Tv, ma per ora il leader dei libdems si aggiudica il primo e avanza di tre punti nei sondaggi. Clegg, usando al meglio lo strumento televisivo con frasi brevi e dirette, non ha cercato complicità né a destra e nemmeno a sinistra, ma anzi, rimarcando ancor più la già tradizionale natura terzopolista dei liberaldemocratici, ha insistito, non senza l'uso di un facile populismo, con la teoria secondo la quale Brown e Cameron sarebbero due facce della stessa medaglia; due facce che promettono entrambe molto, ma non mantengono nulla. David Cameron, dopo aver generato molte aspettative nello stile di una sorta di Obama di destra, è apparso troppo teso in televisione, mentre Gordon Brown, dal quale però non ci si aspettava niente di trascendentale, si è dimostrato aggressivo e brusco come al solito, senza sfoggiare un qualche carisma convincente.


Al momento questa è la situazione, ma confidiamo che il conservatore Cameron possa recuperare presto il terreno eventualmente perduto, anche perchè se è vero come è vero che il Regno Unito, dopo tanti anni di permanenza dei laburisti al Governo, prima con il carismatico Blair e poi con il più grigio Brown, necessita di un ricambio politico, non possono essere le idee del pur bravo comunicatore Nick Clegg a garantire un rilancio dell'intero sistema inglese, anche e soprattutto a livello economico e sociale. Gli inglesi iniziano a mostrare segni di stanchezza e malcontento nei confronti della casta politica principale e a volte non scorgono differenze fra conservatori e laburisti. Quando si attraversa un ciclo economico negativo con tutte le conseguenze che poi si riversano su più strati della società, il cittadino per prima cosa se la prende con chi governa al momento o anche con chi ha governato nel recente passato e senz'altro la crisi globale ha picchiato duro in Gran Bretagna. Se il portafoglio si svuota la gente tende a dare una chance a coloro i quali non hanno quasi mai governato oppure a forze populiste ed estremiste. Ragionando sulla crisi economica si può anche comprendere la crescita graduale dell'estrema destra inglese rappresentata dal British National Party. E Nick Clegg dice determinate cose che una parte di inglesi in questa fase vuole sentirsi dire, ovvero che tutta la classe politica principale del Regno è corrotta e bugiarda. Ci auguriamo che alla fine in Gran Bretagna si arrivi a distinguere fra slogan a buon mercato e fatti veri. Una certa frustrazione è comprensibile e riguarda peraltro non solo gli inglesi, ma prima di fare una scelta nella cabina elettorale occorre valutare tutte le posizioni e le idee dei candidati presenti sul campo. Ciò che muove l'azione politica di Nick Clegg e dei libdems non pare in linea con gli interessi più importanti del Regno Unito e del suo popolo. Intanto, fosse solo per il leader liberaldemocratico la Gran Bretagna molto probabilmente andrebbe ad urtarsi con la propria linea tradizionale di amicizia e solidarietà con gli Stati Uniti. Ciò non sarebbe utile anzitutto per le prerogative britanniche. Clegg non ha mai ritenuto importante un forte legame angloamericano e occidentale sul fronte della guerra al terrorismo ed è stato contrario all'intervento militare in Iraq. Proprio l'evoluzione difficile, ma reale dell'Iraq inizia a dar ragione alle scelte di Tony Blair e tremendamente torto all'irresponsabilità di populisti come Nick Clegg. Sulla difesa del mondo libero da Al-Qaeda e sulla consapevolezza del ruolo e delle responsabilità internazionali della Gran Bretagna, i laburisti al Governo si sono dimostrati molto più affidabili della disfattista opposizione liberaldemocratica. Il laburista Blair si guardò bene dal cancellare le conquiste liberali e liberiste della conservatrice Thatcher, mentre i libdems esprimono un'impostazione maggiormente lib-lab in economia quando invece, con il graduale superamento della crisi e il lento ritorno alla crescita, bisognerebbe tornare a puntare al libero mercato, senza possibilmente quelle degenerazioni che hanno provocato lo sconquasso finanziario. La retorica di questa UE non ha mai fatto presa nell'opinione pubblica britannica e quindi l'euroscetticismo non è solo un capriccio di qualche vecchio conservatore, ma è diffuso a livello popolare. Invece i libdems paiono per una scelta europeista senza se e senza ma, interpretando perciò in modo errato l'anima profonda della Gran Bretagna. Che gli inglesi riflettano bene prima di cedere alle lusinghe superficiali del tribuno populista. La crisi economica ha fatto vacillare alcune certezze dello storico orgoglio britannico, ma non sarà con l'abbracciare in modo acritico l'Unione Europea o aderire frettolosamente all'Euro che il Regno Unito potrà risolvere i suoi attuali problemi. I Paesi che sono dentro fino al collo nell'UE e nell'Eurozona iniziano ad avere più di un dubbio in merito all'utilità e all'efficacia delle attuali Istituzioni comunitarie. Il permanere di una Gran Bretagna scettica e critica può aiutare anche il resto del Vecchio Continente a fare meglio. Normalmente i liberaldemocratici non ottengono mai un consenso sufficiente per poter governare da soli. Il loro ruolo, anche positivo, è sempre stato di controllo ed equilibrio all'interno dell'alternanza sostanziale fra conservatori e laburisti e pure alle prossime elezioni di maggio, nonostante l'improvvisa popolarità di Clegg, magari non riusciranno a porsi come unica forza di Governo, pur aumentando in termini di voti, ma potranno risultare come l'ago della bilancia ed obbligare forse a Governi di coalizione potenzialmente instabili e a Londra in questo momento c'è bisogno di tutto fuorchè di instabilità. Considerando che da quelle parti non si è proprio abituati alle coalizioni e alle trattative estenuanti fra partiti e che in ogni caso occorre un cambiamento rispetto ai tanti anni di Governo del New Labour, non resta che auspicare una robusta vittoria di David Cameron che permetta al Partito Conservatore di governare stabilmente da solo, nel segno dell'Occidente, del libero mercato e di un europeismo responsabile. Troppi voti dati a Nick Clegg potrebbero rappresentare un salto nel buio, mentre Cameron offre realisticamente delle certezze, anche se non adopera al meglio il linguaggio televisivo.

26 febbraio 2010
Fini diventa liberista?
 

Ci lamentiamo spesso e quasi sempre con ragione della natura verticistica del Popolo della Libertà e dell'assenza di un dibattito ricco culturalmente e politicamente all'interno di tale partito. Però c'è qualcuno che si impegna ogni tanto a rendere più interessanti le discussioni e a non ripetere solo le frasi già dette da Berlusconi o dalla coppia Tremonti-Bossi. Non pensiamo più di tanto all'associazione finiana Farefuturo che sì, finora ha contraddetto quasi tutta la linea che tiene insieme il berlusconismo e la Lega, ma senza proporre nulla di convincente e chiaro in alternativa al populismo del cosiddetto asse del Nord. Vogliamo riferirci piuttosto ad un'altra associazione collaterale al PdL e cioè Libertiamo, nella quale si riconoscono principalmente quegli ex-radicali come Benedetto Della Vedova che abbandonarono il duo Pannella-Bonino nel momento della costituzione della Rosa nel Pugno e del passaggio di Radicali Italiani nel centrosinistra. Della Vedova, Taradash ed altri, formarono subito un soggetto politico loro, Riformatori Liberali e si schierarono con il centrodestra. Con la nascita del PdL il movimento Riformatori Liberali è sostanzialmente scomparso per lasciare il posto a Libertiamo, animata in particolare da Benedetto Della Vedova, divenuto deputato del Popolo della Libertà. A differenza degli eterni dubbiosi di Farefuturo, gli amici di Libertiamo propongono con chiarezza una soluzione di centrodestra laica per quanto concerne i temi etici e liberale-liberista in economia. Lanciano un'idea che può non convincere del tutto quei conservatori attaccati giustamente ai valori tradizionali della civiltà occidentale, fra i quali iscriviamo pure questo blog, ma che esiste all'interno dei principali contenitori di centrodestra dell'Occidente, in Europa e negli Stati Uniti. Non sono maggioritari, ma vi sono laici nel PPE e nel Partito Repubblicano americano. Senza dubbio Della Vedova e i suoi, se pensiamo all'economia e all'amore per il libero mercato, sono molto più vicini al conservatorismo democratico europeo e soprattutto americano, rispetto all'ultimo Berlusconi, al colbertista Tremonti e ai leghisti.


Libertiamo, come dicevamo, può piacere o meno, ma la sua chiarezza e il suo attivismo sul web e non solo, devono essere riconosciuti. Da oggi e fino a domenica gli amici di Libertiamo sono impegnati in una tre giorni di seminari assai interessanti ed istruttivi. La tavola rotonda di sabato mattina, dedicata alla crisi economica con il titolo significativo “Placata la bufera, torniamo al libero mercato”, vedrà la partecipazione del Presidente della Camera Gianfranco Fini. La presenza di Fini a tale evento ci spinge a fare alcune considerazioni. Non è un mistero che spesso Fini con Farefuturo e Della Vedova con Libertiamo, si siano trovati in sintonia su alcuni temi etici che hanno rivelato una comune sensibilità laica, così come non è una novità l'identica avversione di finiani ed ex-radicali ai toni duri della Lega circa l'immigrazione. Ma la partecipazione del Presidente della Camera ad un convegno impegnato a parlare di economia ed ispirato in modo chiaro, già dal titolo, al liberalismo, sorprende non poco. Sorprende perchè le eresie finiane non hanno contemplato finora l'economia e Fini, l'uomo delle mille svolte, si è sempre ben guardato dall'abbandonare definitivamente anche quella filosofia statalista che risale fin dai tempi del vecchio MSI. Uno statalismo che non gli ha mai permesso di contestare le scelte di Tremonti in maniera credibile. Vedremo cosa dirà sabato mattina agli amici di Libertiamo e magari lunedì prossimo faremo nuove valutazioni, ma senz'altro se Gianfranco Fini volesse “svoltare” per l'ennesima volta e a favore di una visione liberale dell'economia, porterebbe a termine ciò che ha lasciato incompiuto con il pur storico strappo di Fiuggi e riuscirebbe a farsi seguire da un pubblico più vasto e anche probabilmente da quei conservatori che storcono il naso dinanzi ad un certo relativismo, ma ritengono, come molti popolari europei e i repubblicani americani, che la libertà economica sia un valore da difendere.

27 gennaio 2010
Renato sì, Giulio no
 

Il Ministro della Pubblica Amministrazione Renato Brunetta e quello dell'Economia Giulio Tremonti provengono entrambi dal mondo socialista della Prima Repubblica dove si sono formati politicamente. Oggi militano nel medesimo partito e sono Ministri dello stesso Governo, ma hanno visioni molto diverse e si detestano ampiamente a livello umano. Non sono mancati recentemente momenti di aperto scontro fra i due e spesso Brunetta desidera ricordare che il titolare dell'Economia non è un economista, bensì un fiscalista. Il fatto è che sia Brunetta che Tremonti occupano quasi ogni giorno le cronache politiche, per quanto dicono e per l'importanza dei dicasteri che guidano. Renato Brunetta si impone grazie anche a molte dichiarazioni controcorrente e politicamente scorrette. A ciò che afferma e fa o non fa Giulio Tremonti, guardiamo tutti con attenzione ed ansia visto che vogliamo conoscere il destino economico di un'Italia già bisognosa di riforme in un mondo che sembra tornato a crescere, ma è ancora fragile dopo la crisi che ha scosso le aree più avanzate del globo.


Proprio negli ultimi giorni sia Brunetta che Tremonti hanno fatto alcune affermazioni, pur senza scontri diretti, le quali hanno sottolineato ancor più la distanza che già esisteva fra i due esponenti del Governo. Il Ministro della Pubblica Amministrazione, dopo la meritoria battaglia contro i fannulloni statali, è tornato alla ribalta per proporre delle idee al fine di stimolare quei giovani italiani magari già ultratrentenni, i cosiddetti bamboccioni del Belpaese, ad uscire di casa, a tagliare definitivamente il cordone ombelicale con i genitori per affrontare il mondo con coraggio ed indipendenza. Invece Giulio Tremonti, visto che ogni tanto girano voci illusorie di tagli alle tasse, ha precisato che sarà ridotta la pressione fiscale solo nel momento in cui la crisi economica italiana e mondiale sarà davvero finita. Ridurre le imposte ora, secondo Tremonti, provocherebbe una macelleria sociale molto pericolosa. Volendo fare il gioco della torre, noi da questo modesto blog butteremmo giù certamente Giulio Tremonti e conserveremmo al Governo il responsabile della Pubblica Amministrazione. Brunetta, si sa, è uno che non le manda a dire, parla in modo esplicito senza troppi giri di politichese e ama provocare, ma in modo costruttivo e al fine di svegliare un Paese tradizionalmente dormiente come l'Italia. Certo, i giovani italiani non possono essere obbligati per legge a lasciare ad un certo punto mammà e si può discutere sulla proposta di dare cinquecento euro ai ragazzi per spingerli ad uscire di casa, ma Renato Brunetta ha il merito di tentare di condurre l'azione di Governo verso un riformismo anche culturale sul quale peraltro nacque la proposta politica del primo Silvio Berlusconi. E lo fa su problemi veri, perchè come non si può negare che esistano tanti nullafacenti negli uffici pubblici, altrettanto non si può ignorare che i nostri giovani siano molto più mammoni e meno competitivi rispetto ai loro coetanei dei Paesi più avanzati ed industrializzati. Se Brunetta provoca per indirizzare il dibattito politico e l'azione governativa verso un dinamismo riformatore e liberale, il suo rivale Tremonti, seguendo i peggiori insegnamenti della Prima Repubblica, cerca di individuare sempre delle classiche scuse per mantenere incollato il Governo su un immobilismo assai dannoso per un Paese come l'Italia che necessita di alcune riforme da almeno quindici-vent'anni, indipendentemente dalla crisi economica mondiale. E' bene ricordare che il resto del mondo si muove anche con la crisi in atto, fa bene e magari anche male, ma in ogni caso non sta mai fermo. Brunetta ha detto che l'Italia è un Paese di ipocriti, ma il reuccio di Via XX Settembre è davvero un campione dell'ipocrisia visto che impaurisce la gente parlando di macelleria sociale alla Bertinotti, quando in un Paese dallo Stato obeso e sprecone come questo basterebbe anzitutto tagliare la spesa pubblica improduttiva per ridurre la pressione fiscale, prima di andare a toccare la Sanità e le pensioni dove le storture pure non mancano.

12 gennaio 2010
Bentornato, ma quel giaccone....

 

Silvio Berlusconi è tornato a Roma, a Palazzo Grazioli, per riprendere il proprio lavoro. Ne siamo ovviamente felici così come ci ha fatto piacere rivedere il Premier nuovamente pimpante e in mezzo alla gente come sempre. Per la sicurezza fisica di Berlusconi non bisogna sottovalutare nulla, a maggior ragione dopo il ferimento di Milano, ma nemmeno si può chiudere il Presidente del Consiglio in una campana di vetro, anche perchè significherebbe darla vinta ai professionisti dell'odio. Al suo ritorno in campo il Premier, oltre alla ripresa del dibattito assai controverso sulla Giustizia, ha speso parole importanti in merito ad una riforma del fisco che dovrebbe essere portata a termine entro l'anno. Una riforma mirata a semplificare l'imposizione fiscale e a limitare il numero delle aliquote, che fa ben sperare per una non troppo lontana riduzione generale delle tasse per imprese, lavoratori e famiglie. L'Italia aspetta da anni un taglio netto delle imposte ed è a questo che si deve arrivare, appena dopo l'avvenuta semplificazione, ma già rendere meno farraginoso e bizantino il prelievo fiscale può far bene al sistema produttivo italiano. Può essere un primo passo molto utile. Speriamo che non si tratti soltanto di campagna elettorale utile per le Regionali.


In ogni caso, come abbiamo detto all'inizio, siamo felici di aver rivisto Berlusconi in piena forma, ma, dobbiamo dirlo, un aspetto della sua ricomparsa a Roma ci ha intristito un pochino. Al ritorno a Palazzo Grazioli e attorniato dalla folla di sostenitori, il Premier sfoggiava un giaccone nero con le effigi della Marina russa regalatogli da Vladimir Putin. Berlusconi deve essere proprio affezionato a quel giaccone, visto che l'ha indossato pure durante una vacanza in Costa Azzurra e nella prima passeggiata pubblica dopo l'aggressione in un centro commerciale nei pressi di Arcore. Qualcuno dirà che ci fossilizziamo sulle banalità, ma anche semplici gesti o varie abitudini non dei pincopallini qualunque, ma di autorevoli Capi di Stato o di Governo come Silvio Berlusconi, possono assumere connotazioni simboliche molto forti. E il nostro Premier non sembra usare il giaccone russo a caso, ma per simboleggiare ed ostentare la propria amicizia con Putin, peraltro già arcinota. Già solo partendo dal fatto che Berlusconi non abbia proprio bisogno di ostentare nulla e che il suo legame con il Premier russo sia ben noto a tutti, possiamo dire che l'utilizzo frequente del regalo di Putin sia alquanto inutile ed inopportuno. Inoltre lo stesso Berlusconi sa che le sue relazioni con lo Zar di Mosca non sono sempre bene accette in Italia, in diversi settori del PdL e presso molti Governi occidentali, quindi farebbe bene ad evitare almeno di fare la figura di un politico totalmente venduto ai russi, come sostiene da tempo Paolo Guzzanti. E' difficile avere certezze circa la politica russa, ma sembra che il Presidente Dmitri Medvedev voglia imporsi con una modernizzazione graduale in senso democratico della Russia e il solito Putin intenda invece mantenere lo status-quo scarno di diritti e libertà che lui stesso ha creato con forza negli ultimi anni. Silvio Berlusconi, sottolineando in tutti i modi possibili i propri legami soprattutto con Vladimir Putin, va ad abbracciare calorosamente la Russia peggiore. Fa un certo effetto vedere i ragazzi del Popolo della Libertà accogliere il Presidente con il Tricolore italiano contenuto nel simbolo del partito e notare il medesimo Presidente che giunge invece con la bandiera russa. Non abbiamo mai visto Presidenti americani o Capi di Governo europei sfoggiare emblemi diversi da quelli dei loro Paesi. Il nostro Premier farebbe meglio ad indossare giacche, giacconi o magliette con il Tricolore italiano. Se poi si intende esibire una bandiera di uno Stato estero, vorremmo ricordare al nostro Premier che l'Italia rimane un Paese NATO che conserva sinergie strategico-militari con gli Stati Uniti d'America e non con la Russia putiniana, quindi, pur senza rispolverare la Guerra Fredda ed anzi puntando all'inclusione di Mosca, rimangono ancora preferibili i giacconi a stelle e strisce rispetto a quelli della Marina post-sovietica. Se invece si vuole essere mediatori fra gli amici americani e quelli russi, come Berlusconi afferma ogni tanto, allora che si alternino i regali dell'amico Vlad con gli emblemi d'oltreoceano. Così però, caro Silvio, sei imbarazzante.

3 settembre 2009
Felici, nella discarica
 

Quando l'approdo di Vittorio Feltri a Il Giornale era ancora solo una voce che girava, già si ipotizzava una nuova linea editoriale del quotidiano decisamente più aggressiva e impegnata soprattutto a fronteggiare, con gli stessi mezzi, tutte quelle penne militanti del Gruppo Repubblica-Espresso e non solo, che da mesi passano al setaccio la vita privata di Silvio Berlusconi. Con le rivelazioni sul Direttore dell'Avvenire Boffo, le ipotesi che circolavano sul nuovo Giornale feltriano, sono state ampiamente confermate.


Vittorio Feltri non ha mai nascosto di essere un giornalista di parte, ma la sua è sempre stata una faziosità nobile, dichiarata alla luce del sole e non priva comunque di uno spirito critico, indipendente e anche anarcoide. Pertanto si può credere facilmente al fatto che a Il Giornale abbiano agito da soli e senza alcun input da parte di Berlusconi per quanto riguarda il caso Boffo. Alla fine poi importa poco se dietro allo scoop su Boffo ci sia soltanto l'indipendenza di Feltri oppure anche la lunga mano del Presidente del Consiglio. Ciò che deve far riflettere è il livello sempre più scadente dello scontro politico in questo Paese. E' pur vero che il gioco del lancio della spazzatura non è stato iniziato da Feltri e che spesso a brigante si risponde con un brigante e mezzo, ma visto che viviamo in un Paese che non sta meglio degli altri indipendentemente da ciò che continua a dire Giulio Tremonti, ma anzi necessita di una lunga serie di riforme politiche ed economiche, sarebbe bene che si litigasse su idee e programmi e non si contribuisse a peggiorare ancor più la qualità del dibattito pubblico e politico solo perchè gli altri fanno già così. A volte i principali protagonisti dell'Italia di oggi ricordano quei bambini, magari di certe zone disgraziate dell'Africa, che giocano su cumuli di rifiuti, eppure sono felici perchè, poverini, non hanno mai visto altro e pensano che ciò che li circonda sia del tutto normale.

24 agosto 2009
Le mosse di Fini
 

Tempo fa si diceva che in Italia saremmo andati addirittura verso un bipartitismo all'americana libero da ricatti e veti di una miriade di partiti e partitini, capace quindi di esprimere Governi fortemente stabili. Ebbene, un bipartitismo vero e proprio non si è ancora concretizzato e a causa non solo dell'inettitudine della classe politica, ma anche di una volontà espressa dagli elettori che recentemente hanno premiato più quei partiti distinti dai due maggiori blocchi che il PdL e il PD. Tuttavia è innegabile che sia avvenuta una certa semplificazione a livello parlamentare con le fusioni FI-AN e Margherita-DS e con la scomparsa della sinistra comunista. Però anche oggi la sensazione è sempre quella di un'Italia difficile da governare e nella quale pare obbligatorio procedere a tentoni per tenere insieme capra e cavoli ed evitare che qualcuno un bel giorno decida di sfilarsi dalla maggioranza e di far naufragare tutto prima del tempo. Bossi spara una stupidaggine al giorno? Non lo si rimprovera, ma con qualche imbarazzo ci si limita a dire che in fondo quelle della Lega sono solo battute un po' forti utili a mantenere entusiasta il popolo leghista, ma da non prendere troppo sul serio. Bisogna dire così, altrimenti al Senatur potrebbe venire in mente l'idea di far passare un brutto quarto d'ora al Governo. Lombardo e Miccichè si lamentano, con alcune ragioni, dell'eccessiva influenza leghista esercitata sull'esecutivo e minacciano di fondare un Partito del Sud? Si inviano un po' di soldi nel Mezzogiorno perchè anche i due siciliani è meglio non farli arrabbiare troppo. Potrebbero fare i furbetti in Parlamento e fondare un partito succhiavoti all'esterno del PdL. Prospettive riformatrici poche, per il Nord e per il Sud, ma la solita tendenza italiana a tappare una falla qui e una là. Il dibattito politico è il sale della democrazia e si mantiene vivo anche laddove esiste più stabilità che in Italia, ma le pur legittime istanze di partiti, correnti e gruppi, non possono condizionare e far modificare ogni giorno le linee dei Governi.


La Lega Nord ha già ottenuto molto, ma pare non ancora soddisfatta dal momento che ogni giorno ci propina qualcosa di nuovo che peraltro non fa parte del programma di Governo con cui l'alleanza PdL-Lega si è presentata alle elezioni. Cose nuove che poi rappresentano delle aberrazioni come l'aggiunta dei vessilli regionali al Tricolore, l'insegnamento dei dialetti nelle scuole, il ritiro italiano dall'Afghanistan. Ebbene, visto che la democrazia italiana è quella che è e considerato che l'operazione Partito del Sud, apparsa all'inizio non del tutto negativa anche agli occhi di questo modesto blog, si è rivelata poi come un trucchetto meschino e imbarazzante per far spedire un po' di quattrini pubblici nel Sud e in particolare in Sicilia, urge riportare la maggioranza e il centrodestra su un binario più retto delle esternazioni bossiane. Si può fare questo solo attraverso una visione nazionale, lasciando perdere leghismi al contrario. Ma chi può porsi autorevolmente come elemento di riequilibrio rispetto all'asse Tremonti-Bossi? All'interno del PdL iniziano a serpeggiare non pochi malumori circa le continue sparate bossiane, ma quasi tutti cercano di abbozzare. Gianfranco Fini, abituato ormai a vestire a fasi alterne i panni della coscienza critica, starebbe, anche con la Fondazione Farefuturo, lavorando per ristabilire un rapporto con Pierferdinando Casini e l'UDC, al fine di riportare i centristi nelle vicinanze del centrodestra, dopo un lungo periodo di freddezza. Così hanno scritto alcuni quotidiani negli ultimi giorni. A volte i giornali fantasticano un po' troppo per riempire le pagine, ma qualcosa di vero c'è. Molti nel Popolo della Libertà vorrebbero un riavvicinamento con Casini in vista delle elezioni regionali del prossimo anno perchè l'UDC sarà determinante in molte Regioni. Altresì il partito centrista potrebbe aiutare a contenere il peso dell'asse Tremonti-Bossi. Gianfranco Fini, invece di diventare un moderno leader conservatore europeo, si è trasformato in un, a volte noioso, custode del politicamente corretto, ma se un nuovo impegno nazionale volto a raffreddare i bollenti spiriti della Lega, deve per forza passare attraverso il Presidente della Camera e il leader dell'UDC, allora ben venga un rinnovato feeling fra Fini e Casini. Certo, durante il Governo Berlusconi 2001-2006 i centristi furono soprattutto dei rompiballe non sempre utili, ma la Lega, con le boiate anti-nazionali, fornisce per caso un apporto costruttivo?

16 marzo 2009
La leggenda del Berlusconi dittatore
 

Silvio Berlusconi ha sempre avuto in politica una straordinaria capacità di sparigliare le carte all'ultimo istante. Quando sembra ineluttabile un determinato equilibrio, arriva lui, capovolge la situazione a suo favore e gli italiani in grande maggioranza lo seguono. Non sappiamo quanti altri miracoli potrà ancora fare in futuro il Cavaliere, ma finora sono state numerose le sfide impossibili vinte da Berlusconi, dalla ormai storica umiliazione inflitta alla gioiosa macchina da guerra di un Occhetto sicurissimo di vincere e con un partito costruito qualche mese prima, alla straordinaria rimonta del 2006 che ha portato l'allora CdL a pareggiare e ha zittito anche gli avversari interni al centrodestra certi di perdere con Romano Prodi, fino ad arrivare alla grande vittoria del 2008. Ecco, la bravura politica dimostrata dall'imprenditore Berlusconi improvvisatosi politico, ha generato invidia e pregiudizi non solo a sinistra, infatti è ancora abbastanza vivo il ricordo dei distinguo dei vari Follini, Tabacci e in seguito Casini, poi usciti tutti dal centrodestra. Infine il malessere di Gianfranco Fini che è tornato ad influenzare la vita del costituendo PdL. Senza dubbio le doti esibite sul campo dal Presidente del Consiglio, hanno fatto scegliere non da oggi alla sinistra, come unica via possibile per battere definitivamente l'odiato Cavaliere, la strada della demonizzazione che però si è ritorta contro sia al PD che ai compagni comunisti, scomparsi addirittura dal Parlamento. L'unico che è riuscito a ritagliarsi uno spazio più che decente grazie all'antiberlusconismo militante, è stato Di Pietro, supportato da santori e travaglini vari. Nonostante l'antiberlusconismo non abbia mai influenzato gli italiani che in maggioranza hanno quasi sempre continuato a votare per Silvio, nel PD a fasi alterne e nella sinistra estrema e movimentista sempre, si cerca ancora di descrivere Berlusconi non solo più come un affarista preoccupato soltanto dei propri interessi, ma come un leader a vocazione autoritaria che piano piano, senz'altro dolcemente e non tramite un golpe sanguinario, sta annichilendo la democrazia. Come se i guai del PD e la disfatta della sinistra comunista, non dipendessero dagli errori dei capi e capetti dell'armata brancaleone di centrosinistra, ma da un inquietante disegno berlusconiano volto a soffocare lentamente le opposizioni.


Che il Presidente del Consiglio voglia spesso agire in fretta e da solo, ispirato dal “faso tuto mi” tipicamente imprenditoriale, è vero, ma da qui a voler essere il nuovo Duce d'Italia ce ne passa. Eppure c'è chi lancia allarmi strampalati su un'involuzione autoritaria nel nostro Paese. Quando Berlusconi parla e si limita poi soltanto a parlare, della necessità di riformare la Costituzione, dare maggiori poteri al ruolo esecutivo, rendere i Governi più stabili e meno ricattabili dai partiti, dice cose che condividono quasi tutti, essendoci una consapevolezza generale sulle tante lacune della vecchia democrazia parlamentare italiana. Ma se D'Alema, come ha fatto spesso in passato, cita non solo il premierato tedesco, ma pure il semi-presidenzialismo alla francese, è un moderno riformista, mentre se Berlusconi accenna a possibili riforme istituzionali è perchè aspira a diventare un caudillo di stampo sudamericano. Invece proprio gli ultimi giorni ci hanno dimostrato, oltre al bisogno di riforme serie, come il Cavaliere non solo non finisca per assomigliare a Pinochet, ma nemmeno alla Thatcher. Il rischio semmai è quello di assomigliare ad Andreotti. Non è sempre facile capire se talune retromarce del Governo alla fine dipendano anche dal Presidente del Consiglio che è riformatore soltanto a parole, oppure dagli alleati, ma rimane il fatto che venerdì scorso eravamo tutti o quasi in trepidante attesa del piano casa annunciato in pompa magna che avrebbe dovuto vedere la luce durante il Consiglio dei Ministri e invece tutto è stato rimandato perchè Bossi si è messo di traverso. Dicono che occorrerà attendere solo una settimana e si procederà poi con urgenza tramite decreto legge, ma intanto non si è parlato del piano come promesso per accontentare un alleato con il quale si sta discutendo anche della spartizione delle candidature alle prossime amministrative e che, se fosse preso da un raptus improvviso di rabbia, diciamo così, avrebbe tutti gli strumenti per far saltare la baracca. I dittatori veri non hanno di questi problemi. Inoltre gli uomini soli al comando incutono timore ai loro secondi, mentre Fini non pare abbia molta paura del Generalissimo Silvio, nel suo continuo distinguersi a soli undici giorni dal congresso che dovrebbe celebrare la nascita del Popolo della Libertà, ovvero del partito unitario basato soprattutto sulla fusione fra FI e AN. Già non si vede quel necessario entusiasmo che dovrebbe accompagnare un'operazione politica di tale portata e certamente Fini non contribuisce a migliorare la situazione. La democrazia italiana di oggi non è priva di vulnus come la discutibile legge elettorale e lo scarso dibattito interno ai partiti, ma ciò non si può addebitare soltanto a Berlusconi. La porcata calderoliana ha fatto comodo anche al PD e la poca democrazia interna alle forze politiche non riguarda sicuramente solo Forza Italia. Ai vari problemi sorti il PD ha risposto archiviando le primarie e AN da quand'è che non celebra un congresso vero e proprio? Fini ha parlato di cesarismo ed è inutile dire a chi alludesse, ma chi in Alleanza Nazionale ha avuto posizioni diverse da quelle della dirigenza, è stato via via messo nelle condizioni di andarsene. Almeno il vecchio e fascista MSI i congressi li faceva sul serio.

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